Al Teatro San Carlo, monologo tra arte, abuso e riscatto femminile
La rassegna Segni Barocchi propone per lunedì 1° settembre, alle ore 21, lo spettacolo teatrale “Artemisia, la pittora”, in scena al Teatro San Carlo. Il monologo, scritto da Giulia Guastella e diretto da Giacomo De Cataldo, vede la stessa Guastella come unica interprete. L’opera ha ricevuto riconoscimenti importanti, tra cui il Premio Giulietta Masina e il Premio Monika dell’Associazione culturale Amici di Monika.
Il fulcro della narrazione è la vita di Artemisia Gentileschi, grande artista del Seicento e prima donna a essere riconosciuta come pittrice in un’epoca in cui perfino il termine al femminile era inesistente, fu lei stessa a definirsi “pittora”, rivendicando non solo la sua identità artistica, ma anche quella femminile. Al centro dello spettacolo vi è il celebre processo per stupro che Artemisia intentò contro il suo maestro Agostino Tassi. La storia, raccontata con intensità e profondità, esplora il sottile confine tra verità e ambiguità, giustizia e vendetta, realtà e memoria.
Il padre di Artemisia, Orazio Gentileschi, noto pittore e maestro caravaggesco, aveva affidato la formazione della figlia ad Agostino Tassi, stimato artista di prospettiva. Ma quella che sembrava una guida artistica divenne presto una trappola. Tassi, approfittando della giovane età e del desiderio di apprendere della ragazza, la violentò. In quel contesto storico, la via più “accettabile” per sanare un abuso era il matrimonio riparatore. Tassi, infatti, promise di sposarla e mantenne una relazione con lei per oltre un anno. Solo più tardi Artemisia scoprì che l’uomo era già sposato.
La giovane pittrice, sostenuta dal padre, decise allora di denunciare l’accaduto. Ma la giustizia dell’epoca era cieca e crudele, soprattutto con le donne. Durante il processo, Artemisia fu sottoposta a umiliazioni e torture per “verificare” la sua sincerità. A complicare la vicenda, le testimonianze ambigue: la serva di casa, figura materna per Artemisia, si rifiutò di difenderla; il padre, che inizialmente sembrava dalla sua parte, apparve sempre più coinvolto in un disegno di compromesso con Tassi.
Lo spettacolo si sviluppa come un viaggio interiore e storico, in cui Giulia Guastella dà voce non solo ad Artemisia, ma anche agli altri protagonisti della vicenda, incarnandone i pensieri e i tormenti. Attraverso continui cambi di registro e l’uso della narrazione diretta, lo spettacolo rompe la quarta parete: l’attrice abbandona i panni dei personaggi per diventare se stessa – Giulia – donna contemporanea alle prese con le stesse domande che laceravano Artemisia.
«La storia imparerà mai dai suoi errori?» è la domanda che fa da filo conduttore alla pièce, trasformando il dramma in tragicommedia moderna. Il parallelismo tra il Seicento e l’oggi si fa così evidente, offrendo una riflessione attuale e necessaria sulla parità di genere, sull’autonomia artistica femminile, e sulla rimozione del dolore nella memoria storica.
Il tempo della narrazione si estende tra il XVII secolo e l’età contemporanea, e lo spettacolo non si limita a raccontare un’ingiustizia subita, ma diventa una denuncia trasversale contro il silenzio, la complicità e l’indifferenza sociale che, ieri come oggi, ostacolano la libertà delle donne.
“Artemisia, la pittora” è, dunque, un atto di resistenza artistica e politica, che attraverso la voce e il corpo di un’unica attrice, restituisce dignità e potere a una donna che ha fatto della sua arte un’arma contro il patriarcato.

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