“Divino Femminino“ … Io son Beatrice che ti faccio andar, mostra a Foligno

 A Palazzo Trinci, L’Accademia Vannucci presenta Trafogliare, la mostra delle opere a forma di libro

FOLIGNO – “Divino Femminino”, la mostra di Pierpaolo Ramotto a Palazzo Trinci, di Foligno nel salo Sisto IV, vernissage sabato 18 aprile 2015 alle ore 11. L’artista Pierpaolo Ramotto, da sempre molto accorto alla storia del mondo femminile e alla sua relativa mitologia, “religione” e sensualità,  per un evento artistico sceglie un tema molto particolare, di cui ne farà titolo del suo viaggio volto alla scoperta dell’inferno della Divina Commedia: il “Divino Femminino”.  Quest’ultimo è accompagnato da un sottotitolo che riprende da un verso dell’opera stessa, che recita:

“ Io son Beatrice che ti faccio andar ”. Tale argomento quindi si prospetta di alto interesse al quale dedicare una profonda attenzione in quanto si va ad esaminare la figura della donna in un periodo storico, ovvero quello del medioevo, dove il soggetto femminile rappresenta una condizione ben precisa e delineata. Per farlo, Ramotto si pone una domanda essenziale, utile a una maggiore comprensione della situazione:

“Quale considerazione del genere femminino aveva un grande poeta di quel tempo? ”. Per trovare risposta a tale domanda, occorre avere una visione quanto più completa ed esaustiva della donna medievale. All’interno di tale fascia temporale, la donna era considerata un essere inferiore, concetto che era confermato e ribadito dalla Chiesa: essa di fatto era nata dalla costola di Adamo e quindi doveva essere “naturalmente e specificatamente” meno perfetta e meno importante di lui!. Il campo di azione femminile era la casa, il suo dovere la procreazione: la vita pubblica era a dir poco limitata, viveva la sua intera vita in sudditanza.

Le possibilità di carriera della donna erano diventare una suora oppure andare in sposa ad un cavaliere. Se questo era il “communi modo concipiendi ”, ovvero la mentalità generale propria di quel tempo, gli artisti di quell’epoca stravolgevano tale concezione femminile attraverso una visione del tutto opposta. In quel lasso temporale di fatto la corrente stilnovistica, cui appartenevano grandi poeti come Guido Cavalcanti e Dante Alighieri considerato il precursore, concepiva la donna come un essere quasi divino. Era comparso un nuovo concetto di donna, concepita adesso come donna angelo, donna angelica: la donna, nella visione stilnovistica, ha la funzione di indirizzare l’animo dell’uomo verso la sua nobilitazione e sublimazione: quella dell’Amore assoluto identificabile pressoché con l’immagine della purezza di Dio.

La donna angelicata, che nello stilnovo è finalmente identificata da un più o meno parlante nome proprio, è oggetto di un amore tutto platonico ed inattivo: non veri atti di conquista o semplice corteggiamento sono compiuti nella sua direzione. Parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva che consente al poeta di mantenere sempre intaccata e puramente potente la propria ispirazione in quanto diretta ad un oggetto volontariamente cristallizzato e, ovviamente, giammai raggiungibile. Ramotto, alla luce di questo quadro femminile complesso ed articolato, scende nel particolare e come premesso inizialmente, ricerca la figura della donna all’interno dei trentatré canti dell’Inferno e subito lo colpisce un verso in particolare: “tra le genti dolorose c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Tale verso ben rende l’idea di quanto un uomo del tutto perso ed innamorato della donna può essere travolto da una grande passione e quindi in un certo modo perdere i “retti sensi”, divenendo così vittima. Le prime donne che incontra Dante nell’Inferno sono per esempio Semiramide che ebbe molti amanti e che legalizzò l’amore libero, Cleopatra anch’essa grande consumatrice di amanti ed Elena di Troia che secondo il mito appunto fu la causa della guerra. Una prospettiva femminile del tutto decadente e pericolosa, ma Dante riesce a stupirci come sempre e lo fa proprio concentrandosi su una figura femminile: Beatrice. Quest’ultima è la donna fiorentina amata dal poeta fin dall’infanzia e ispiratrice per la sua intera vita sia personale che artistica: nella Divina Commedia compare nel secondo canto quando a Dante, dubbioso sulle sue capacità di proseguire il viaggio, Virgilio afferma che in cielo tre donne lo proteggono: la Vergine Maria che lo ha visto in pericolo e che per questo si rivolge a Lucia, che a sua volta si rivolge a Beatrice la quale scende nell’Inferno, precisamente al Limbo, per chiedere a Virgilio di aiutare Dante. Così il poeta riacquista fiducia e riprende il viaggio che voleva interrompere. Nel corso del cammino nell’Inferno e nel Purgatorio, Beatrice risulta essere il pensiero che incoraggia il poeta nei momenti più difficili e gli dà nuova energia per continuare la sua “missione”. Ecco che allora la donna diviene salvezza, ispirazione, divinità, soluzione: in tal modo viene riscattato il ruolo della donna, la quale viene posta nella parte più alta quale essa motore della vita, dei sentimenti, del sesso, della procreazione. Madre e donna sono solo alcuni dei ruoli determinanti che il genere femminino svolge ogni giorno, mattino e sera, anche dopo la morte.

 

Federico Santoni

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