Appello da Foligno contro violenze in Iran e silenzi d’Europa
La repressione iraniana continua a proiettare un’ombra sempre più fitta sulle vite di chi, pur lontano dal Paese, resta legato ai propri familiari e alla propria terra. A Foligno, dove Mansoureh vive da quarant’anni, l’angoscia è diventata una presenza quotidiana. L’ultimo messaggio ricevuto dalla sorella, poche parole spezzate — “stiamo bene, punto, non so più niente” — è diventato il simbolo di un silenzio che pesa come una minaccia. Da allora, nessun aggiornamento, nessuna certezza, solo il timore che la violenza che sta travolgendo le piazze iraniane abbia raggiunto anche chi cerca di sopravvivere nell’ombra.
Le immagini che circolano clandestinamente, quelle dei corpi dei manifestanti restituiti alle famiglie solo dietro pagamento, hanno scosso profondamente l’attivista, che da Foligno continua a denunciare ciò che accade oltre i confini. Mansoureh parla con voce ferma, ma segnata da un dolore evidente: “La gente protesta a mani nude, mentre dall’altra parte ci sono armi e repressione. Non basta dire che siamo un popolo che chiede libertà, servono azioni concrete”.
Tra le richieste più pressanti rivolte all’Europa c’è l’inserimento dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una misura che, secondo molti attivisti, rappresenterebbe un segnale politico forte e un passo necessario per limitare la capacità repressiva del regime. Mansoureh lo ripete con lucidità: “Se gruppi come Hezbollah o Hamas sono classificati come terroristi, perché chi li sostiene non dovrebbe esserlo?”
Nel racconto dell’attivista emerge anche la speranza, fragile ma tenace, di una transizione politica guidata da Reza Pahlavi, figura che negli ultimi mesi ha raccolto consensi trasversali tra le diverse anime dell’opposizione iraniana. Mansoureh osserva come, nonostante le divisioni storiche, molte persone stiano convergendo verso un’unica richiesta: un futuro libero dalla violenza e dalla paura. “Sta riuscendo a unire voci diverse, e questo dà coraggio a tanti”, afferma.
Chi manifesta in Italia, però, vive anche il timore di possibili ritorsioni contro i familiari rimasti in patria. Una paura che non spegne il desiderio di tornare un giorno in un Iran diverso, liberato dal clima soffocante che oggi domina le strade. Mansoureh lo confessa senza esitazioni: “Vorrei tornare, respirare l’aria della mia terra. Adesso sa di sangue, ma un giorno potrebbe tornare a profumare di libertà.”
Il suo appello, lanciato da Foligno, è un grido che attraversa confini e richiama l’attenzione su una crisi che continua a consumarsi lontano dai riflettori. Una richiesta di ascolto, ma soprattutto di responsabilità, rivolta a un’Europa che, secondo molti attivisti, non può più limitarsi a osservare.


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