Buco di eroina in pieno giorno nel sottopassaggio di Via Piave a Foligno

 
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Buco di eroina in pieno giorno nel sottopassaggio di Via Piave a Foligno

Tossicodipendente si buca in pieno giorno in centro a Foligno

La scena è degna del massimo degrado sociale ed umano, ma a fare da sfondo a questo dolore dell’umanità, non è un film, né una realtà suburbana di una grande metropoli: è Foligno. Il racconto, spaventato, è quello di una docente che, proprio questa mattina, ha deciso di andare a fare due passi scegliendo la zona di via Piave. Un giovane, capelli cortissimi, accanto a lui il suo amico – forse l’unico – a quattro zampe e l’immancabile siringa.

Il buco, forse per non far vedere il segno subito dopo, anziché nel braccio lo sta facendo sul piede. A volte si scelgono tali parti del corpo perché non si ha più spazio dove praticare il nuovo buco di eroina. Un buco, per altro, fatto – come dice la donna – con una siringa già usata.

La scena grida dolore e strazio per una gioventù sprecata, ma fa anche riflettere tantissimo. L’insegnante racconta: «Ho avuto tanta paura – dice – sono passata accanto a lui, ma l’unico a guardarmi è stato il suo cane».

Appena superato il sottopasso di via Piave la donna prende lo smartphone  e scatta un po’ di foto. Subito dopo, chiama il commissariato di Foligno e di lì a poco una Volante arriva sul posto. Lo identificano…forse sarà segnalato , o forse lo è già, quale assuntore di droghe.

«E’ stata una scena molto triste – racconta – e ho vissuto tutta l’impotenza del cittadino di fronte a certi fenomeni. Sono convinta che, anche se ho chiamato i carabinieri o la polizia alla fine c’è sempre qualcuno che banalizza questo fenomeno. Qualcuno che ci vuol far credere che questo problema in Italia o in Umbria non esiste».

E’ testimone vivente che a Foligno (ma il problema esiste ovunque) la piaga della tossicodipendenza non accenna a limitarsi, il suo confine, purtroppo, è sempre in espansione.

«Il Italia – afferma ancora – abbiamo concesso troppo e ora è “spaccio selvaggio“, nelle città, nei paesi, davanti alle scuole….I pusher sono conosciuti e li trovi dappertutto».

E’ vero a volte non serve neanche andare nelle periferie delle città, è facile trovare pusher e loro vittime nei posti più impensati.

E’ indignata questa cittadina, certo, ma il suo cuore è quello di una insegnante e con i giovani ha che fare da una vita. «Io – dice ancora – ho visto un ragazzo solo e l’unico che lo assisteva era il suo cane. Tutto questo in una società indifferente. Vorrei che i vari decreti sicurezza siano attuati dai sindaci, vorrei che si dia seguito a quanto viene programmato dal Governo centrale e che l’attuazione non si infranga davanti al “concediamo tutto” di alcuni sindaci. Vedere una scena simile, oltre alla paura, mi ha psicologicamente provata, è stata la prima volta che ho assistito in diretta al buco per una dose di eroina».

Il modello del tutto e subito, il modello educativo del “tolleriamo” non va certo d’accordo con la professoressa, ma è consapevole che il problema tossicodipendenza non si risolve con la bacchetta magica. Ma è il frutto, prima di tutto di una solitudine sociale che non ha confini. Sul catrame sporco della strada o nei sottopassi lerci e silenziosi, nelle stazioni, nei parcheggi, perdono la vita giovani nel fior fiore degli anni. Tutto questo, tragicamente, quasi non fa più notizia.

Sotto accusa, senza se e senza ma, l’insegnante mette anche la famiglia che, troppo spesso, non vede, non si accorge, e non segue adeguatamente i figli. Si è “scollato” in sostanza quel collante che teneva insieme i moduli fondamentali della società umana: famiglia e scuola.

Il fatto è, signori miei, che se anche una insegnante si sente impotente è davvero giunto il tempo di fare qualche cosa che inverta questa spirale.

«Mi sembra di essere tornata indietro  di venti anni – dice – e siamo di nuovo al punto di partenza. Abbiamo assistito al fallimento delle politiche contro la droga, programmi inutili, programmi troppo permissivi e che, in un modo o nell’altro, hanno favorito la “riproduzione” dei venditori di morte».

Drogarsi è un insulto alla vita, e non fare niente per bloccare il problema, lo è ancora peggio.

La professoressa, infine, menziona, la brillante operazione dei Carabinieri di Assisi: “Sì sono riusciti a smantellare un grosso giro – dice – ma per quanto quegli stranieri resteranno in carcere, o per quanto non saranno sostituiti da altri che provocheranno altre morti. Serve certezza della pena per chi spaccia, senza attenuati di sorta».

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