Antico tessuto di Vallegloria apre una nuova fase di ricerca

Antico tessuto di Vallegloria apre una nuova fase di ricerca

Prime analisi sull’origine fatimide ipotizzata al XII secolo

📌 FLASH NEWS – A Vallegloria di Spello riemerge un tessuto conservato per secoli dalle monache. Prime osservazioni indicano una possibile origine fatimide del XII secolo. La tradizione lo lega a san Francesco, ma serviranno indagini mirate.


Un manufatto custodito per secoli nel monastero

Un antico tessuto conservato per secoli dalle monache del monastero di Vallegloria, a Spello, apre una nuova prospettiva di ricerca sul patrimonio storico e artistico custodito nel complesso religioso. Le prime osservazioni compiute dagli specialisti hanno infatti individuato caratteristiche che potrebbero ricondurre il manufatto alla produzione tessile dell’Egitto medievale di ambito fatimide, con una possibile datazione al XII secolo.

Si tratta, allo stato attuale, di un’ipotesi che dovrà essere verificata attraverso specifiche indagini scientifiche e storico-artistiche. Provenienza, periodo di realizzazione e vicende che hanno condotto il tessuto fino a Vallegloria non possono ancora essere stabiliti con certezza.

Il ritrovamento è stato presentato pubblicamente durante una cerimonia nel monastero alla quale hanno partecipato la comunità monastica, la Diocesi di Foligno, il Comune di Spello e gli istituti competenti del Ministero della Cultura. L’incontro ha segnato l’avvio di un percorso destinato ad approfondire le caratteristiche dell’opera e a garantirne tutela e conservazione.

La tradizione che collega il tessuto a san Francesco

Accanto al valore materiale del manufatto esiste una memoria tramandata nei secoli all’interno del monastero. Secondo questa tradizione, il tessuto sarebbe stato donato da san Francesco d’Assisi alla beata Balbina, correntemente considerata parente di santa Chiara, durante una visita del santo a Vallegloria.

La narrazione è stata messa in relazione anche con il viaggio compiuto da Francesco d’Assisi in Egitto nel 1219, nel contesto della Quinta crociata. In quell’occasione Francesco incontrò il sultano al-Malik al-Kamil, dal quale ricevette diversi doni.

Il possibile collegamento tra quell’episodio e il manufatto conservato a Spello resta però sul piano della tradizione. Le più antiche fonti francescane non forniscono al momento una conferma di questa ricostruzione. La memoria tramandata dalle religiose dovrà quindi essere mantenuta distinta dalle conclusioni che potranno emergere attraverso la ricerca documentaria e le analisi scientifiche.

Proprio la compresenza di una tradizione francescana e di un oggetto materiale dalle possibili origini orientali rappresenta uno degli aspetti di maggiore interesse per gli studiosi.

Colori ancora vividi nonostante la fragilità

L’attenzione degli specialisti si è concentrata anche sulla qualità della lavorazione e sullo stato del tessuto. Pur essendo fragile e bisognoso di un intervento conservativo, il manufatto presenta una notevole vividezza cromatica.

Le sue caratteristiche mostrano inoltre una particolare raffinatezza, elemento che contribuisce a sottolinearne la rarità e rende necessaria una conoscenza più approfondita delle tecniche utilizzate per produrlo.

La conservazione è stata possibile grazie alla custodia esercitata dalla comunità monastica. La badessa di Vallegloria, suor Chiara Moscetti, ha ricordato come le religiose abbiano preservato per secoli sia il manufatto sia la memoria che lo accompagna.

Una continuità che ha permesso al tessuto di raggiungere l’epoca contemporanea, pur rendendo ora necessario intervenire con strumenti e competenze specialistiche per garantirne la conservazione futura.

Accrocca richiama la necessità del confronto con le fonti

Sul significato storico del ritrovamento è intervenuto anche monsignor Felice Accrocca, vescovo delle Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno e studioso del francescanesimo.

Monsignor Felice Accrocca ha richiamato l’esigenza di procedere attraverso un rigoroso confronto tra tradizioni tramandate e fonti storiche, senza anticipare conclusioni che dovranno essere affidate alle verifiche degli studiosi.

Il vescovo ha nello stesso tempo evidenziato la capacità dei luoghi francescani di preservare nel corso dei secoli testimonianze e memorie che possono ancora offrire nuovi elementi alla ricerca.

Anche don Giovanni Zampa, vicario generale interdiocesano delle Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, ha sottolineato il ruolo delle attività di studio nel far emergere parti ancora poco conosciute del patrimonio ecclesiastico.

Comune e Diocesi insieme nel percorso di riscoperta

Alla riscoperta del tessuto hanno contribuito anche le istituzioni locali. Il Comune di Spello, attraverso il sindaco Moreno Landrini e l’assessore alla Cultura David Pieroni, ha affiancato la Diocesi nel percorso che ha condotto alla presentazione del manufatto.

La collaborazione tra istituzioni civili, religiose e organismi specializzati nella tutela dei beni culturali costituisce ora la cornice nella quale dovranno svilupparsi le successive attività di conoscenza e conservazione.

Un ulteriore contributo è arrivato da monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già segretario personale di Papa Francesco, esperto di epigrafia araba e impegnato in iniziative dedicate alla fraternità e al dialogo interreligioso.

L’eventuale origine egiziana del tessuto introduce infatti anche il tema delle relazioni culturali e religiose tra le diverse sponde del Mediterraneo, un ambito che potrà essere approfondito soltanto dopo aver acquisito dati più precisi sulla provenienza dell’opera.

La Soprintendenza seguirà studio e conservazione

La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Umbria ha manifestato la disponibilità ad accompagnare le prossime fasi. Alla presentazione erano presenti la soprintendente Francesca Valentini e il funzionario storico dell’arte Giovanni Luca Delogu.

Francesca Valentini ha evidenziato due dimensioni della tutela: quella materiale, riferita al tessuto e alle sue condizioni conservative, e quella immateriale, rappresentata dalla cura con cui le monache hanno preservato nei secoli l’oggetto e la memoria ad esso associata.

Secondo la soprintendente, il manufatto necessita ancora di studio e approfondimenti, mentre gli elementi finora osservati consentono di indicarne l’origine orientale. L’oggetto testimonia inoltre un percorso da un luogo lontano fino al monastero umbro, dove è stato conservato come testimonianza collegata alla figura di san Francesco.

Le indagini affidate all’Opificio delle Pietre Dure

Per volontà della comunità di Vallegloria, le analisi scientifiche e l’intervento di restauro saranno affidati all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. L’istituto era rappresentato durante l’incontro dalla soprintendente Emanuela Daffra, dal direttore del Settore manufatti tessili Riccardo Gennaioli e dalla restauratrice-conservatrice Licia Triolo.

Il lavoro dovrà chiarire diversi aspetti ancora aperti. Saranno oggetto di verifica la datazione, l’area di produzione, i materiali impiegati e le tecniche di tessitura, insieme alla storia della presenza del manufatto nel monastero di Vallegloria.

Le indagini comprenderanno lo studio delle fibre e dei coloranti e l’esame delle modalità esecutive. Parallelamente sarà sviluppata la ricerca documentaria per cercare elementi utili a ricostruire la permanenza del tessuto all’interno del monastero.

Il confronto con altri tessuti e il comitato scientifico

Un passaggio importante sarà costituito dal confronto con manufatti analoghi conservati in musei e collezioni italiane e internazionali. È inoltre prevista la costituzione a breve di un comitato scientifico che accompagnerà il percorso di approfondimento.

Solo l’insieme di questi accertamenti potrà permettere di stabilire con maggiore precisione se le caratteristiche osservate siano effettivamente compatibili con una produzione fatimide del XII secolo.

Allo stesso modo, rimane da verificare qualsiasi possibile rapporto tra l’opera e la tradizione che la associa a san Francesco. Non è possibile affermare, sulla base degli elementi oggi disponibili, che si tratti effettivamente del tessuto ricordato dalla memoria monastica o che la sua provenienza possa essere collegata ai doni ricevuti dal santo durante l’incontro con il sultano al-Malik al-Kamil.

Una storia ancora affidata alla ricerca

Il dato acquisito è dunque quello dell’eccezionale interesse del manufatto, mentre le risposte definitive sono demandate agli studi che stanno per iniziare. La prudenza scientifica consente di preservare il valore della tradizione senza sovrapporla alle evidenze che dovranno emergere dalle analisi.

Il tessuto di Vallegloria si trova così al centro di un percorso che coinvolge storia dell’arte, conservazione, ricerca documentaria e studio delle produzioni tessili medievali.

Dopo secoli trascorsi all’interno del monastero, il manufatto diventa oggetto di un’indagine multidisciplinare che potrà chiarirne identità e percorso. La memoria francescana, la possibile provenienza orientale e la storia della sua custodia a Spello costituiscono i diversi piani di una vicenda che dovrà essere ricostruita attraverso dati verificabili, senza anticipare le conclusioni della ricerca.

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